domenica 22 maggio 2016

Jody, Francesca e tutti noi

"Che vuol dire #BCSM?"
"Breast Cancer Social Media"

Non ricordo a chi ho fatto questa domanda poco prima della nascita di questo blog, nel 2012. Sono passati ormai quattro anni da quando quell'hashtag, insieme al blog AnneMarie Ciccarella e a Breast Cancer Action, mi hanno trasformata da paziente timorosa di esprimere la propria rabbia per una diagnosi di cancro al seno a soli 30 anni in un'attivista. Quell'hashtag lo dobbiamo ad Alicia Staley and Jody Schoger, co-fondatrici e co-moderatrici, insieme a Deanna Attai, chirurga senologa presso la David Geffen School of Medicine della University of California Los Angeles [qui]. Grazie a quell'hashtag e alla tweetchat ad esso collegata, che si tiene dal 2011 ogni lunedi` ad orari antidiluviani, purtroppo, per chi vive in Europa, sono diventata una cancro-attivista.
Jody Schoger se ne` andata mercoledi` 20 maggio, a 61 anni. Il cancro al seno era tornato nel 2013 a 15 anni di distanza dalla prima diagnosi. Gayle Sulik, direttrice del Breast Cancer Consortium, che la conosceva personalmente racconta che Jody le aveva detto [qui]:

"Sono arrabbiatissima, la scienza ha pasticciato con [il cancro al seno] per tutta la mia vita e non siamo nemmeno vicini [a una soluzione]. E` passata un'altra generazione, e di cancro al seno si muore ancora. Ancora oggi".

C'ho messo tutto il fine settimana per buttare giu` queste poche righe, quando oggi pomeriggio e` giunta, come una pugnalata alle spalle, la notizia della morte per cancro, a soli 40 anni, di una giovane giornalista del Manifesto di cui non mi perdevo un articolo. Francesca Pilla viveva a Napoli, una delle capitali del cancro oggi in Italia. Non so se si trattasse di cancro al seno, ma non importa. Non si puo` morire in questo modo cosi` giovani. E` un'ingiustizia enorme. Ci avvelenano fino a farci ammalare, poi ci dicono di stare tranquille, che tutto si risolve. E invece non e` vero, per chi vede la propria vita falcidiata dalle terapie e i loro postumi e per chi muore. Tutto questo non riguarda solo me, Jody e Francesca. Tutto questo riguarda tutti. E non so proprio quanto ci metterete ancora a svegliarvi e a chiedere ai nostri governanti di tutelare la nostra salute attraverso prevenzione primaria e ricerca che salvi vite umane e non serva solo a guadagnare titoloni sui giornali.

mercoledì 11 maggio 2016

Contro la chiusura della guardia medica

Avevo sentito che il peggio stava per arrivare alla terza chemio. E, inevitabilmente, alla quarta fu impossibile evitarlo. Vomito, no. Quello mi e` stato risparmiato. Ma febbre alta e difficolta` respiratorie. Non potevo parlare e camminare insieme. I primi due giorni la febbre si teneva bassa. Attestatasi poi sui 40, non voleva saperne di scendere. Avevamo fatto i conti senza l'oste io e mamma a pensare che a Pasqua saresti stata a tavola a mangiare la pasta al forno con tutta la famiglia. Dell'ultima chemio, per quanto ultima, pure bisogna smaltire la tossicita`.
E` festa. Chiamo l'ospedale, a Milano. L'oncologo di turno dice i miei globuli bianchi sono troppo bassi. Per questo ho la febbre. Tutte le persone che abitano con me devono indossare una mascherina quando sono nella mia stanza. Gli esterni devono starsene a casa loro. E poi ci vuole un antibiotico per proteggermi. E chi me lo scrive? "Chiamiamo la guardia medica", suggerisce mamma.
Si presentano in due, un uomo e una donna, la sera di sabato santo. Sono giovani. Mi chiedono cosa mi sia successo, cosi` giovane. Mi visitano. Mi dicono di stare tranquilla. Mi prescrivono un antibiotico. Uno che non sia troppo pesante per lo stomaco che non vede roba solida da giorni. "E chiama pure se hai bisogno".
Il governo Renzi ha deciso di chiudere la guardia medica notturna. Chi sta male, dopo la chiusura degli studi dei medici generici aperti dalle 8 alla mezzanotte (questo vuol dire che non saremo piu` seguiti da un medico di nostra scelta come adesso?), puo` andare in pronto soccorso. Lo stesso dove mia madre, un mese fa, con un braccio spezzato, e` stata in fila per 3 ore per poi cambiare ospedale per disperazione. Anche chi sta in chemio deve farsi il giro dei pronto soccorso per una febbre da neutropenia o per un vomito che necessita di un'iniezione di Plasil? Con la faccia verde e le gambe molli deve trascinarsi fino in ospedale per ricevere assistenza, esponendo il proprio sistema immunitario messo a tappeto dalle terapie alla sfida persa in partenza con gli agenti patogeni con cui si viene per forza di cose a contatto in ospedale? Ma cosa hanno Renzi e il Ministro Lorenzin in testa? Fanno le campagne di sensibilizzazione che sembrano pubblicita` di lingerie e poi chiudono la guardia medica? Ci fanno ammalare e poi nemmeno lasciano che si faccia qualcosa, nemmeno per guarirci, per aiutarci? Il nostro sistema sanitario nazionale e` tra i migliori d'Europa. Non lasciamo che lo smantellino sotto i nostri occhi. 

martedì 3 maggio 2016

Quattro semplici domande

E` primavera inoltrata. Inizia la stagione delle corse. Quelle per la "cura". Ad esempio, quelle di Komen Italia. Si comincia con Roma, dove tra gli sponsor figurano Exxon Mobil ed Eni [qui]. Si, avete capito bene, due compagnie petrolifere sponsorizzano un evento a scopo benefico il cui scopo e` quello di raccogliere fondi da destinare ad una non meglio precisata "lotta ai tumori del seno".
Quest'anno in preparazione alla stagione delle corse per il cancro...ops, scusate, per la "cura", diverse scuole sono state invitate ad inviare a Komen delle foto sul tema della "prevenzione". Quale? Quella primaria volta a ridurre l'esposizione involontaria ai cancerogeni, tra cui i tantissimi materiali ricavati proprio dal petrolio? Assolutamente no! 
Prima di partecipare a una corsa o evento benefico o se la scuola dei vostri figli ha partecipato all'iniziativa di Komen o a quella di qualsiasi altra organizzazione simile , ricordatevi di fare 4 semplici domande come propone Breast Cancer Action [qui]:

1. Quanta parte del denaro raccolto sara` effettivamente devoluto a progetti riguardanti il cancro al seno? 
Le corse per la cura comportano dei costi molto elevati che gli organizzatori devono sostenere. Assicuratevi che i vostri soldi non finiscano col finanziare l'evento stesso.

2. Quali progetti riguardanti il cancro al seno saranno finanziati?
Il messaggio degli organizzatori e` che il denaro raccolto servira` a salvare vite umane dal cancro al seno. In molti casi, tuttavia, i soldi vengono spesi in campagne di "prevenzione" (ossia di screening per la diagnosi precoce) la cui efficacia e` stata messa in dubbio da numerosi studi scientifici.

3. Gli sponsor della corsa sono responsabili dell'aumento del rischio di ammalarsi di cancro al seno?
Dobbiamo aggiungere altro, oltre al petrolio di Komen e agli assorbenti Lines della Fondazione Veronesi [qui]?

4. La corsa presenta un'immagine semplificata del cancro al seno che esclude una certa categoria di persone?
Secondo le organizzazioni promotrici di queste iniziative, il cancro al seno e` una malattia prevenibile attraverso lo screening mammografico e un atteggiamento combattivo e positivo. Ci piacerebbe che fosse cosi`. Anche noi abbiamo il cancro al seno (non ci finanziano Eni ed Exxon Mobil e Lines, pero`). La realta` purtroppo e` ben diversa. Circa il 30% delle donne che sviluppano il cancro al seno, sviluppa metastasi e muore. L'impatto sulla vita di queste persone, delle loro famiglie e dei loro amici e` devastante. Anche per chi non muore, una diagnosi di cancro al seno rappresenta l'inizio di un lungo e doloroso percorso di medicalizzazione che provoca dolore fisico e psicologico, puo` portare ad ulteriori patologie e riduce la qualita` della vita. 

Che fare allora? E` davvero necessario partecipare a una corsa per la "cura" per aiutare le nostre amiche, mamme, sorelle, zie ecc. che sono state colpite dal cancro al seno? La risposta e` no. Le alternative sono tante e spaziano dall'aiuto pratico (aiutate chi e` in chemioterapia a fare la spesa, fare una passeggiata, andare in ospedale) a donazioni alle associazioni che si occupano di assistenza ai malati terminali, che svolgono un'opera meritoria sopperendo alle carenze del servizio sanitario pubblico. E, soprattutto, chiedete a chi ci governa di fermare il cancro dove comincia. Nei pozzi di petrolio, ad esempio. Dove cominciano anche le guerre. Dove non c'e` davvero niente di buono.

venerdì 8 aprile 2016

Fuggite dai medici che vi dichiarano "guarite"

A quante e` capitato di sentirsi dire dal proprio oncologo o medico di riferimento al termine delle terapie o di parte di esse: "Signora, lei e` guarita"? A molte, temo. Basta fare due chiacchiere con chi e` stato colpito dal cancro al seno o da altri tipi di tumori maligni per rendersene conto. Ecco, voglio dirlo chiaro e tondo: se vi viene detta una cosa del genere, cambiate medico.
La "guarigione" dal cancro in termini strettamente medici e` una fandonia. Non c'e` modo di sapere se nel nostro corpo ci sono ancora cellule cancerose residue ne` se queste decideranno, anche a distanza di anni, di ricominciare a proliferare. Sicuramente dopo un certo numero di anni, a seconda della sede del tumore e del sottotipo, le probabilita` che quest'ultimo caso si verifichi si riducono. Improbabile, tuttavia, non vuol dire impossibile.
Il medico che dichiara un paziente "guarito" dal cancro non sta facendo bene il suo mestiere. E` dovere di ogni professionista della salute, infatti, informare correttamente i propri pazienti che all'accesso a questo tipo di informazione hanno diritto. Informare non vuol dire semplificare o, come nel caso delle presunte "guarigioni" dal cancro addirittura mistificare, perche` non si dispone degli strumenti comunicativi adeguati per spiegare questioni anche solo un minimo piu` sottili del solito o perche` si decide cosa il paziente debba sapere o meno. In attesa che certi medici si decidano a colmare queste lacune, se doveste sentir pronunciare la parola "guarigione" in riferimento al vostro caso datevela a gambe.

giovedì 24 marzo 2016

Talco e cancro alle ovaie

E` sera. Sono appollaita sul divano. Il mal di gola si sta impossessando di me. La tisana allo zenzero preparatami dal coniuge fa schifo. Ce ne avra` messo un chilo, di zenzero. Scorro Facebook tra veglia e sonno. E` quasi ora di andare a dormire. Ancora un click e sullo schermo compare un articolo di OK Salute e Benessere, mensile pubblicato da RCS. Titolo: "Il talco aumenta il rischio di ammalarsi di tumore dell'ovaio?" [qui]. Sottotitolo, visibile anche sul post su Facebook: "Dagli studi scientifici recenti non emerge alcuna relazione tra l'uso di talco a livello inguinale o endovaginale e aumento del rischio". Non credo ai miei occhi. Altro click e mi rendo conto che si tratta di un'intervista stile vero/falso ad Anna Franzetti, responsabile dell'unita` contenuti istituzionali di missione dell'Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC).
L'articolo si apre con un breve riferimento a "una sentenza statunitense che ha condannato un'azienda produttrice di prodotti per l'igiene intima a risarcire i parenti di una donna morta di cancro all'ovaio". L'azienda e` la Johnson&Johnson che, circa un mese fa, e` stata condannata a pagare 72 milioni di dollari alla famiglia di Jackie Fox, deceduta per cancro alle ovaie nel 2015, all'eta` di 62 anni. Fox, a quanto pare, utilizzava il talco Johnson&Johnson nelle parti intime. A convincere la giuria della colpevolezza della casa produttrice sarebbe stato, secondo la stampa, un documento interno risalente al 1997 e presentato dall'avvocato della famiglia della donna in cui un consulente medico sosteneva che negare la correlazione tra utilizzo "igienico" del talco e cancro alle ovaie sarebbe come "negare l'ovvio nonostante ogni evidenza contraria" [qui].
Il caso offre ad OK Salute e Benessere lo spunto per chiedere ad Anna Franzetti se l'uso di talco aumenti il rischio di ammalarsi di cancro alle ovaie. Risposta:

"Falso. Le prove scientifiche accumulate in questi ultimi anni, che hanno impiegato campioni più grandi e metodi più rigorosi che in passato, non dimostrano alcuna relazione tra l’uso di talco e aumento del rischio. Gli studi condotti recentemente non hanno indicato, infatti, il talco tra i possibili fattori di rischio del cancro ovarico, che è una patologia già di per sé poco frequente (rappresenta meno del 3% di tutti i casi di tumore). Inoltre, dai dati raccolti. Quando emerge un piccolo aumento del rischio, si tratta di studi retrospettivi basati sui ricordi delle persone intervistate (e quindi meno attendibili rispetto agli studi sperimentali)".

Franzetti si e` persa parecchi passaggi. L'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (International Agency for Cancer Research, IARC) ha infatti classificato nel 2010 l'utilizzo del talco nella zona peritoneale come "possibile cancerogeno" (Gruppo 2B) [qui] spiegando come "molti studi-controllo sul carcinoma ovarico hanno rilevato un modesto, ma insolitamente costante, aumento del rischio, sebbene l'effetto di errori e variabili di confusione non puo` essere escluso". Paradossalmente la stessa Franzetti tira in ballo lo IARC in riferimento all'amianto ma omette - o non e` a conoscenza, si spera - del pronunciamento della stessa organizzazione sul talco.
Se le risposte lasciano a desiderare, le domande non sono da meno: "Come si e` diffusa questa credenza?" viene chiesto all'intervistata a proposito del legame tra cancro alle ovaie e utilizzo nella zona peritoneale del talco. Mi piacerebbe vedere la faccia degli esperti dello IARC se sentissero il loro pronunciamento in merito declassato a "credenza".
Dulcis in fundo, Franzetti si rivolge a "tutte le donne che in passato hanno usato il talco per l'igiene intima" rassicurandole che "non ci sono particolari ragioni per allarmarsi" e suggerendo "al limite [...] di evitare l'uso del talco a livello perineale e endovaginale". Ora, persino l'American Cancer Society (ACS), istituzione tra le piu` conservatrici, raccomanda di evitare o limitare l'utilizzo di tutti i  prodotti contenenti talco, in attesa di risultati piu` certi [qui].
La vera sorpresa, tuttavia, arriva alla fine dell'intervista quando Franzetti, per alleggerire ulteriormente il tono del suo consiglio riguardante l'utilizzo del talco in zona perineale ed endovaginale, aggiunge: "anche se la maggior parte degli studi non ha potuto dimostrare una relazione di causa-effetto tra l’eventuale utilizzo e il piccolo aumento di rischio rilevato in alcune ricerche retrospettive". Il fatto che non si sia (ancora) potuta dimostrare la relazione causa-effetto non vuol dire che quest'ultima non esista e che non sussista un aumento del rischio, per quanto piccolo ma del tutto evitabile visto che si puo` vivere benissimo senza utilizzare il talco nelle parti intime. Lei stessa infatti si lascia sfuggire che il detto aumento del rischio e` stato rilevato. Strano. Non aveva negato, all'inizio dell'intervista, che ci fosse qualunque legame tra cancro alle ovaie e talco?
La scienza non e` bianca o nera e non e` fatta di verita` assolute. Della sua complessita` e` dovere informare le persone che, a sapere come stanno le cose o anche come non si sappia esattamente come stanno, hanno diritto. E, come dimostra la battaglia di Jackie Fox e della sua famiglia, a questo diritto non hanno nessuna intenzione di rinunciare. 


mercoledì 17 febbraio 2016

Cervelli in fuga? No, cervelli sfruttati e discriminati nella civilissima Inghilterra

Cervelli in fuga. Meritrocrazia. Se ne sta parlando tanto in questi giorni in Italia. Tutto vero? Mica tanto.
Come chi segue questo blog sa, mi sono addottorata in storia nel 2012 in Inghilterra. Avrei dovuto finire nel 2010, ma il cancro ha sconvolto i miei piani. Ho potuto usufruire di una borsa di studio pagata in parte dal governo e in parte dall'Universita` che mi ospitava, la University of Reading. Nel 2016 cosa faccio? Colleziono finanziamenti e pubblicazioni su riviste prestigiose? No, cerco un lavoro pagato, anche poco, e non lo trovo. Perche`? Perche` i soldi per la ricerca per le scienze umanistiche e sociali sono finiti anche qui. Finiti. Zero. Il governo di coalizione tra conservatori e lib-dem li ha cancellati. E anche la Gran Bretagna e` diventata come l'Italia. Ho perso il conto delle domande di post-doc che ho fatto e dei colloqui finti, in cui il candidato era gia` stato designato. L'ultimo me l'hanno fatto fare via Skype a dicembre mentre ero negli Stati Uniti al San Antonio Breast Cancer Symposium. Ho deciso allora di dire basta con l'accademia che, credetemi, e` marcia strutturalmente, non solo in Italia.
E` stato cosi` che in una fredda mattina di gennaio, mentre entravo nell'ufficio postale del quartiere dove abito a Brighton, mi sono imbattuta in un annuncio: "cercasi impiegato part-time per l'ufficio postale". L'ufficio postale in questione sta in un negozio tipo il nostro tabaccaio. Qui li chiamano off licence o corner shops. Chiedo un modulo per fare la domanda, ma il proprietario mi dice che basta parlare con lui. "Come ti chiami? Quanti anni hai? Hai figli?" E ti pareva. La solita domandina. Sono talmente sfinita che rispondo con sorrisetto sarcastico che no, non ne ho. Restiamo d'accordo che avrei cominciato un tirocinio - non pagato ovviamente - al termine del quale, quando avessi imparato a usare il computer delle poste e il registratore di cassa del negozio marca Olivetti pieno di polvere che manco in uno scavo archeologico, avrei cominciato a percepire il salario minimo.
I primi due giorni filano abbastanza bene. Alla radio passano canzoni che ascoltavo durante il dottorato. David Bowie era morto da poco. Mi prende il magone, ma resito. Il terzo giorno sono tesa. E` venerdi`. La settimana successiva ho i controlli. Sono angosciata. A un certo punto sento che mi stanno per scappare le lacrime. Mi nascondo nel retrobottega. Piango. Il proprietario mi segue chiedendomi cosa non andasse. Presa in un momento di debolezza, dico la verita`. "Stai tranquilla. Tutto andra` bene. Ora va a casa e rilassati. Dopo i controlli, continuerai il tuo tirocinio. Lavorare qui ti aiutera` a distrarti".
E` giovedi`. Sono in Italia. I controlli sono andati bene. Il coniuge e` tornato a casa. Non c'e` bisogno che rimanga per la visita oncologica. Passa davanti al negozio e vede che l'annuncio e` stato esposto di nuovo. Mi avverte. Chiamo il proprietario:
"Cosa e` successo?"
"Tu non sei in condizione di lavorare, vero?"
"Chi? Io? Si, perche`?"
"Perche` hai il cancro"
"Veramente ora sono in remissione"
"Si, ma le poste non mi daranno mai il permesso di assumere una persona malata"
"Ehm, guarda che fare una cosa del genere e` contro la legge"
"No, e` che sono io che penso che una persona col cancro non sia adatta a questo lavoro"
Buongiorno, mi chiamo Grazia, ho 35 anni, un dottorato di ricerca in storia contemporanea, un cancro al seno e sono stata discriminata per la seconda volta sul lavoro per questo motivo. Che lavoro? Ricercatrice? No, impiegata tuttofare in un negozietto sudicio. Ma dove? In Italia? No, nella civilissima Inghilterra. This is England.

Leggi questa storia in inglese qui

sabato 6 febbraio 2016

Trieste scende in piazza contro la Ferriera

di Gabriella Petrucci




Di Trieste, nel resto d’Italia, non si conosce poi molto, mi sa. Molti magari fanno perfino fatica ad individuarla su una cartina geografica. Certe volte le carte la omettono proprio, la provincia di Trieste. Una piccola appendice che è meglio rimuovere, non si sa mai che butti in peritonite. Beh, ci siamo quasi. Perché Trieste, che invece è bella, adagiata sul mare, con i suoi palazzi ottocenteschi e la bora impetuosa (almeno quella, la conoscono tutti) ha un problema grave. Non si chiama Ilva ma si chiama Ferriera, un impianto siderurgico costruito nel 1896 nei pressi di Servola, un tempo villaggio e poi, col tempo, inglobato dalla città nella sua espansione moderna. Una parte di Trieste gli è cresciuta attorno, un pezzo alla volta, perché la città di spazio non ne ha tantissimo, un po’ stretta tra le alture del Carso e il mare, e l’edilizia degli anni ’60 e ’70 non andava tanto per il sottile. Le case oggi sorgono a breve distanza da questo impianto ormai vecchio, arrugginito, nero, puzzolente, che continua a produrre ghisa (probabilmente è rimasto l’unico in Italia) e a emettere, giorno dopo giorno, anno dopo anno, sostanze inquinanti, contaminanti che si accumulano nei polmoni e nel sangue non solo di chi vi lavora ma anche in quelli di chi vive nei pressi dello stabilimento. E nel resto della città.

Non mi dilungherò sul perché gli abitanti di questa città debbano essere costretti a subire un lento avvelenamento nell’indifferenza della politica, che a parole ha sempre detto di voler risolvere il problema (specie nei periodi pre-elettorali) ma poi di fatto ha sempre lasciato le cose come stavano, per motivi di probabile convenienza economica. Certo è che in vari punti della città sono posizionate centraline di rilevamento dei valori delle sostanze più pericolose, che puntualmente registrano sforamenti da brivido [qui].

La gente che abita intorno a Servola convive con una polvere nera, untuosa, che si deposita dappertutto, con il rumore, continuo, con la luce dei fuochi notturni, con i cieli quasi sempre coperti da nuvole grigiastre. La puzza arriva anche nel resto della città, quella si sente. Il particolato fine e le sostanze cancerogene, ecco, quelle non si sentono. Ma arrivano dappertutto anche loro. Quando la situazione diventa insopportabile, l’amministrazione comunale tira fuori gli attributi e …limita il traffico. Perché, come nella Palermo di Johnny Stecchino, a Trieste il problema è il TRAFFICO. 

 
Nonostante tutto ciò, ancora oggi è difficile sapere per certo quanto questo impianto stia attentando alla nostra salute e a quella dei nostri figli. Sappiamo che le sostanze emesse sono cancerogene, e sappiamo che la gente, a Servola e nel resto della città, si ammala e muore. Di patologie che, guarda caso, sono legate all’avvelenamento da benzoapirene o alla presenza di polveri sottili, ma mettere in relazione questi due fatti sembra ancora troppo difficile. Lo studio epidemiologico di recente effettuato dalla Regione non rileva niente di particolarmente anomalo, mentre lo studio realizzato su scala nazionale dal Ministero per la Salute sugli esiti sanitari nei siti inquinati e contaminati (SENTIERI) non ha tenuto granché conto della situazione di Trieste (per quel che riguarda l’incidenza dei tumori) per un problema di metodologia della raccolta dati [qui]. Evviva!

Però intorno a noi la gente continua ad ammalarsi e a morire. E mica solo di tumori ai polmoni o alla tiroide. E qui arriviamo a noi. Si sussurra, al riparo delle confortevoli mura degli ambulatori oncologici, che nella Provincia di Trieste la probabilità, per una donna, di ritrovarsi col carcinoma mammario sia di una su sette. Peccato che poi quando vai a cercare i dati ufficiali, niente da fare. Altina, come percentuale. Nella confusione mentale seguita alla scoperta di avere un cancro al seno, la cifra è rimasta ben impressa nella mia mente. Molte altre cose le ho rimosse, ma quella no . E quando recuperi, dopo tre anni, un po’ di lucidità per analizzare il problema non dico dal di fuori ma da “meno dentro”, ti fa incazzare che si parli di “necessità di condurre appropriati stili di vita” “corretta alimentazione” “volersi bene” “ fare sport” (si, ok, tutto giusto, per carità) quando chi ci avvelena è là, piantato a poca distanza da noi e continua a vomitarci il suo schifo. Ah, dimenticavo: nella vicina Monfalcone, nota per i suoi cantieri navali, e similmente appestata da anni da una centrale a carbone, i dati dello studio epidemiologico recentemente ottenuti dalla Regione parlano invece abbastanza chiaro. L’aumento dei casi di cancro della mammella tra il 1995 e il 2009 è inequivocabile nella provincia di Gorizia [qui].


Domenica 31 gennaio forse Trieste ha avuto un sussulto di rabbia, di dignità. Forse anche perché di recente, anzi di recentissimo, si è manifestata una volta di più agli occhi della gente l’indifferenza della politica alle reali necessità di chi in questa città vive e lavora. È stata infatti rilasciata, da una apposita Conferenza di Servizi cui hanno partecipato tutti gli Enti interessati, la famosa AIA, ossia l’Autorizzazione Integrata Ambientale che in sostanza, come una bondiana “licenza di uccidere” consentirà al nostro ecomostro di continuare a lavorare e a produrre sostanze nocive per i prossimi 10 (10!!!) anni. Con buona pace delle evidenze, delle segnalazioni, delle proteste. Si, perché di proteste, negli ultimi anni, ne sono state fatte tante. Ci sono associazioni, e gruppi di approfondimento sui social che monitorano attentamente quel che succede (o forse dovremmo dire quel che non succede), denunciando l’immobilismo della politica. Da più parti sono arrivate proposte: di chiusura dell’impianto, di riduzione, di riconversione. Non si è mai mossa foglia (in concreto, intendo). Certo, ci lavora della gente, lì dentro. Non sono moltissimi, 400 circa, ma tengono famiglia. Con tutti i milioni che sono stati spesi negli anni per tenere in piedi questo Leviatano, sai quanti posti di lavoro alternativi si potevano trovare o creare per non far rimanere nessuno in mezzo a una strada? Il “ricatto occupazionale” è la delicata questione tirata in ballo ogni volta che si prospetta l’eventualità della chiusura totale dell’impianto, cui segue levata di scudi, accuse di voler mettere ulteriormente in ginocchio la già disastrata economia cittadina…come se dal punto di vista etico lavoro e salute non fossero sullo stesso piano. 
Io (che personalmente sarei per tombare tutto e amen, a mai più rivederci), in un impeto di ottimismo sfrenato voglio sperare che forse ora qualcosa cambierà. Le soluzioni dovranno trovarle quelli che ci amministrano (a giugno qui da noi si vota) e che non possono avere sulla coscienza la salute compromessa di un’intera città. Ma intanto noi cittadini (e lo dico con orgoglio, noi) domenica ci siamo messi in marcia in almeno 4mila o forse più, in una protesta pacata ma ferma, decisa, come di chi proprio non ce la fa più a sopportare tutto questo. A Trieste forse un corteo così non si è mai visto, o non si vedeva da tanto, tanto tempo. Di questo, della ottima riuscita della manifestazione, dobbiamo dire grazie ad alcune persone molto testarde che lo scorso mese hanno costituito il “Comitato 5 Dicembre - Giustizia Salute Lavoro”, definito, con le stesse parole dei fondatori, “Comitato spontaneo di liberi cittadini, apolitico ed apartitico, per risolvere il grave problema di Salute Pubblica legato alla Ferriera di Servola TS” [qui].

La “passeggiata di protesta”, un vero successo, aveva lo scopo di chiedere innanzitutto il rispetto degli impegni presi dalle amministrazioni comunali (l’attuale e le precedenti) in merito alla risoluzione del problema più pressante: la riduzione delle emissioni, tanto per cominciare. (Chiaro che, nell’opinione di molti, solo la chiusura definitiva potrebbe apportare un vero, reale beneficio alla nostra salute. Diciamolo).
È stato bello, davvero. Forse sarebbe meglio dire che più che una protesta “contro” qualcosa è stata una protesta “per” qualcosa. A favore del nostro benessere, del nostro diritto a respirare e a non farci ammalare o ammazzare da ciò che respiriamo o beviamo o mangiamo; a favore dei nostri figli, e a questo proposito segnalo che c’erano tanti bambini, in corteo, con i genitori, i nonni, tutti allegri, colorati, con le mascherine sul viso (non quelle di carnevale, anche se ci siamo quasi…no, quelle antipolvere che avevamo tutti), alcuni con le faccine buffe sporcate di nero come sono neri e sporchi i vetri, i balconi, i pavimenti delle case intorno alla Ferriera, i calzini dei bimbi di Servola e i loro piedi dentro i calzini, neri e sporchi come i polmoni di chi in Ferriera lavora… tanta gente, tanti striscioni, anche parecchie bandiere, in effetti. Perché se la manifestazione si è definita da subito rigorosamente apolitica e apartitica, nel senso che nessun rappresentante di forze politiche locali ha potuto metter becco nell’organizzazione, è però anche vero che il comitato ha chiesto che i movimenti, i partiti, le associazioni che decidevano di aderire alla protesta si palesassero con un’assunzione di responsabilità. Un giorno sarà importante sapere chi ha partecipato e chi no…e tocca rilevare, ahimè, che c’erano praticamente tutti, ma la Sinistra ha brillato per la sua triste assenza. Peccato, un’occasione persa. Ce ne ricorderemo.
Nel suo percorso, lasciata la centrale piazza Oberdan, il fiumone umano si è diretto verso la Stazione Centrale, poi ha colmato le Rive. La giornata era un po’ “muffosa”, il cielo bigio, ma l’atmosfera era vivace, allegra, complice anche un’ottima colonna sonora proveniente dal camioncino degli organizzatori che faceva da “apripista” (complimenti per la scelta dei brani). Arrivo nella piazza affacciata sul mare più grande d’Europa (o del mondo? Della Galassia?), la nostra piazza Unità, vanto e orgoglio dei triestini DOC e di quelli, come me, che lo sono diventati per eccessiva permanenza… Nota di chiusura: al momento degli interventi, dall’improvvisato palco del camioncino, dei rappresentanti delle associazioni, un paio di esponenti politici locali hanno cercato disperatamente di mettere il cappello sulla manifestazione: alla frase “se sarò sindaco, allora io….”, rimozione immediata del microfono e coro di fischi da curva sud. 'A bello de casa, allora non capisci l’italiano. Ocio, questo è solo l’inizio.