sabato 6 febbraio 2016

Trieste scende in piazza contro la Ferriera

di Gabriella Petrucci




Di Trieste, nel resto d’Italia, non si conosce poi molto, mi sa. Molti magari fanno perfino fatica ad individuarla su una cartina geografica. Certe volte le carte la omettono proprio, la provincia di Trieste. Una piccola appendice che è meglio rimuovere, non si sa mai che butti in peritonite. Beh, ci siamo quasi. Perché Trieste, che invece è bella, adagiata sul mare, con i suoi palazzi ottocenteschi e la bora impetuosa (almeno quella, la conoscono tutti) ha un problema grave. Non si chiama Ilva ma si chiama Ferriera, un impianto siderurgico costruito nel 1896 nei pressi di Servola, un tempo villaggio e poi, col tempo, inglobato dalla città nella sua espansione moderna. Una parte di Trieste gli è cresciuta attorno, un pezzo alla volta, perché la città di spazio non ne ha tantissimo, un po’ stretta tra le alture del Carso e il mare, e l’edilizia degli anni ’60 e ’70 non andava tanto per il sottile. Le case oggi sorgono a breve distanza da questo impianto ormai vecchio, arrugginito, nero, puzzolente, che continua a produrre ghisa (probabilmente è rimasto l’unico in Italia) e a emettere, giorno dopo giorno, anno dopo anno, sostanze inquinanti, contaminanti che si accumulano nei polmoni e nel sangue non solo di chi vi lavora ma anche in quelli di chi vive nei pressi dello stabilimento. E nel resto della città.

Non mi dilungherò sul perché gli abitanti di questa città debbano essere costretti a subire un lento avvelenamento nell’indifferenza della politica, che a parole ha sempre detto di voler risolvere il problema (specie nei periodi pre-elettorali) ma poi di fatto ha sempre lasciato le cose come stavano, per motivi di probabile convenienza economica. Certo è che in vari punti della città sono posizionate centraline di rilevamento dei valori delle sostanze più pericolose, che puntualmente registrano sforamenti da brivido [qui].

La gente che abita intorno a Servola convive con una polvere nera, untuosa, che si deposita dappertutto, con il rumore, continuo, con la luce dei fuochi notturni, con i cieli quasi sempre coperti da nuvole grigiastre. La puzza arriva anche nel resto della città, quella si sente. Il particolato fine e le sostanze cancerogene, ecco, quelle non si sentono. Ma arrivano dappertutto anche loro. Quando la situazione diventa insopportabile, l’amministrazione comunale tira fuori gli attributi e …limita il traffico. Perché, come nella Palermo di Johnny Stecchino, a Trieste il problema è il TRAFFICO. 

 
Nonostante tutto ciò, ancora oggi è difficile sapere per certo quanto questo impianto stia attentando alla nostra salute e a quella dei nostri figli. Sappiamo che le sostanze emesse sono cancerogene, e sappiamo che la gente, a Servola e nel resto della città, si ammala e muore. Di patologie che, guarda caso, sono legate all’avvelenamento da benzoapirene o alla presenza di polveri sottili, ma mettere in relazione questi due fatti sembra ancora troppo difficile. Lo studio epidemiologico di recente effettuato dalla Regione non rileva niente di particolarmente anomalo, mentre lo studio realizzato su scala nazionale dal Ministero per la Salute sugli esiti sanitari nei siti inquinati e contaminati (SENTIERI) non ha tenuto granché conto della situazione di Trieste (per quel che riguarda l’incidenza dei tumori) per un problema di metodologia della raccolta dati [qui]. Evviva!

Però intorno a noi la gente continua ad ammalarsi e a morire. E mica solo di tumori ai polmoni o alla tiroide. E qui arriviamo a noi. Si sussurra, al riparo delle confortevoli mura degli ambulatori oncologici, che nella Provincia di Trieste la probabilità, per una donna, di ritrovarsi col carcinoma mammario sia di una su sette. Peccato che poi quando vai a cercare i dati ufficiali, niente da fare. Altina, come percentuale. Nella confusione mentale seguita alla scoperta di avere un cancro al seno, la cifra è rimasta ben impressa nella mia mente. Molte altre cose le ho rimosse, ma quella no . E quando recuperi, dopo tre anni, un po’ di lucidità per analizzare il problema non dico dal di fuori ma da “meno dentro”, ti fa incazzare che si parli di “necessità di condurre appropriati stili di vita” “corretta alimentazione” “volersi bene” “ fare sport” (si, ok, tutto giusto, per carità) quando chi ci avvelena è là, piantato a poca distanza da noi e continua a vomitarci il suo schifo. Ah, dimenticavo: nella vicina Monfalcone, nota per i suoi cantieri navali, e similmente appestata da anni da una centrale a carbone, i dati dello studio epidemiologico recentemente ottenuti dalla Regione parlano invece abbastanza chiaro. L’aumento dei casi di cancro della mammella tra il 1995 e il 2009 è inequivocabile nella provincia di Gorizia [qui].


Domenica 31 gennaio forse Trieste ha avuto un sussulto di rabbia, di dignità. Forse anche perché di recente, anzi di recentissimo, si è manifestata una volta di più agli occhi della gente l’indifferenza della politica alle reali necessità di chi in questa città vive e lavora. È stata infatti rilasciata, da una apposita Conferenza di Servizi cui hanno partecipato tutti gli Enti interessati, la famosa AIA, ossia l’Autorizzazione Integrata Ambientale che in sostanza, come una bondiana “licenza di uccidere” consentirà al nostro ecomostro di continuare a lavorare e a produrre sostanze nocive per i prossimi 10 (10!!!) anni. Con buona pace delle evidenze, delle segnalazioni, delle proteste. Si, perché di proteste, negli ultimi anni, ne sono state fatte tante. Ci sono associazioni, e gruppi di approfondimento sui social che monitorano attentamente quel che succede (o forse dovremmo dire quel che non succede), denunciando l’immobilismo della politica. Da più parti sono arrivate proposte: di chiusura dell’impianto, di riduzione, di riconversione. Non si è mai mossa foglia (in concreto, intendo). Certo, ci lavora della gente, lì dentro. Non sono moltissimi, 400 circa, ma tengono famiglia. Con tutti i milioni che sono stati spesi negli anni per tenere in piedi questo Leviatano, sai quanti posti di lavoro alternativi si potevano trovare o creare per non far rimanere nessuno in mezzo a una strada? Il “ricatto occupazionale” è la delicata questione tirata in ballo ogni volta che si prospetta l’eventualità della chiusura totale dell’impianto, cui segue levata di scudi, accuse di voler mettere ulteriormente in ginocchio la già disastrata economia cittadina…come se dal punto di vista etico lavoro e salute non fossero sullo stesso piano. 
Io (che personalmente sarei per tombare tutto e amen, a mai più rivederci), in un impeto di ottimismo sfrenato voglio sperare che forse ora qualcosa cambierà. Le soluzioni dovranno trovarle quelli che ci amministrano (a giugno qui da noi si vota) e che non possono avere sulla coscienza la salute compromessa di un’intera città. Ma intanto noi cittadini (e lo dico con orgoglio, noi) domenica ci siamo messi in marcia in almeno 4mila o forse più, in una protesta pacata ma ferma, decisa, come di chi proprio non ce la fa più a sopportare tutto questo. A Trieste forse un corteo così non si è mai visto, o non si vedeva da tanto, tanto tempo. Di questo, della ottima riuscita della manifestazione, dobbiamo dire grazie ad alcune persone molto testarde che lo scorso mese hanno costituito il “Comitato 5 Dicembre - Giustizia Salute Lavoro”, definito, con le stesse parole dei fondatori, “Comitato spontaneo di liberi cittadini, apolitico ed apartitico, per risolvere il grave problema di Salute Pubblica legato alla Ferriera di Servola TS” [qui].

La “passeggiata di protesta”, un vero successo, aveva lo scopo di chiedere innanzitutto il rispetto degli impegni presi dalle amministrazioni comunali (l’attuale e le precedenti) in merito alla risoluzione del problema più pressante: la riduzione delle emissioni, tanto per cominciare. (Chiaro che, nell’opinione di molti, solo la chiusura definitiva potrebbe apportare un vero, reale beneficio alla nostra salute. Diciamolo).
È stato bello, davvero. Forse sarebbe meglio dire che più che una protesta “contro” qualcosa è stata una protesta “per” qualcosa. A favore del nostro benessere, del nostro diritto a respirare e a non farci ammalare o ammazzare da ciò che respiriamo o beviamo o mangiamo; a favore dei nostri figli, e a questo proposito segnalo che c’erano tanti bambini, in corteo, con i genitori, i nonni, tutti allegri, colorati, con le mascherine sul viso (non quelle di carnevale, anche se ci siamo quasi…no, quelle antipolvere che avevamo tutti), alcuni con le faccine buffe sporcate di nero come sono neri e sporchi i vetri, i balconi, i pavimenti delle case intorno alla Ferriera, i calzini dei bimbi di Servola e i loro piedi dentro i calzini, neri e sporchi come i polmoni di chi in Ferriera lavora… tanta gente, tanti striscioni, anche parecchie bandiere, in effetti. Perché se la manifestazione si è definita da subito rigorosamente apolitica e apartitica, nel senso che nessun rappresentante di forze politiche locali ha potuto metter becco nell’organizzazione, è però anche vero che il comitato ha chiesto che i movimenti, i partiti, le associazioni che decidevano di aderire alla protesta si palesassero con un’assunzione di responsabilità. Un giorno sarà importante sapere chi ha partecipato e chi no…e tocca rilevare, ahimè, che c’erano praticamente tutti, ma la Sinistra ha brillato per la sua triste assenza. Peccato, un’occasione persa. Ce ne ricorderemo.
Nel suo percorso, lasciata la centrale piazza Oberdan, il fiumone umano si è diretto verso la Stazione Centrale, poi ha colmato le Rive. La giornata era un po’ “muffosa”, il cielo bigio, ma l’atmosfera era vivace, allegra, complice anche un’ottima colonna sonora proveniente dal camioncino degli organizzatori che faceva da “apripista” (complimenti per la scelta dei brani). Arrivo nella piazza affacciata sul mare più grande d’Europa (o del mondo? Della Galassia?), la nostra piazza Unità, vanto e orgoglio dei triestini DOC e di quelli, come me, che lo sono diventati per eccessiva permanenza… Nota di chiusura: al momento degli interventi, dall’improvvisato palco del camioncino, dei rappresentanti delle associazioni, un paio di esponenti politici locali hanno cercato disperatamente di mettere il cappello sulla manifestazione: alla frase “se sarò sindaco, allora io….”, rimozione immediata del microfono e coro di fischi da curva sud. 'A bello de casa, allora non capisci l’italiano. Ocio, questo è solo l’inizio.

lunedì 1 febbraio 2016

Cinque anni sti cazzi!

Cinque anni. Sono passati cinque anni dal piu` crudele dei giorni in cui Grazia e` morta, uccisa dalla notizia di avere il cancro al seno. Cinque anni dall'asportazione di un pezzo del suo seno destro e dei suoi linfonodi ascellari. Cinque anni dalle chemio, la radio, l'Herceptin, l'inizio della terapia ormonale.
Ho fatto i controlli questa settimana. Non sembra ci sia nulla di rilevante. Oggi pomeriggio vedro` la mia oncologa e pianificheremo il prosieguo delle terapie. Ma come? Sono passati cinque anni e continui le terapie? Si, perche` per i carcinomi estrogeno-responsivi come il mio il rischio di recidiva va ben oltre il quinquennio. Lo conferma uno studio pubblicato da poche settimane sul Journal of Clinical Oncology e il cui primo autore e` Marco Colleoni, senologo medico presso l'Istituto Europeo di Oncologia [qui]. Chiedero` alla mia oncologa di girarmi l'articolo di Colleoni e colleghi in modo da poterlo leggere interamente, ma l'abstract non lascia spazio a molti dubbi. Nelle pazienti con carcinomi estrogeno-dipendenti il rischio di recidiva rimane "elevato e piuttosto stabile oltre i 10 anni, anche in assenza di coinvolgimento linfonoidale [...] o nei casi in cui siano coinvolti da 1 a 3 linfonodi [...]". Le conclusioni riportate nell'abstract sottolineano la necessita` di mettere a punto strategie terapeutiche prolungate per questa categoria di pazienti.
Saro` in grado di fornire maggiori dettagli dopo aver letto l'articolo. Nel frattempo, il grido di battaglia odierno e` : "cinque anni, sti cazzi!"

domenica 17 gennaio 2016

Se Jose fosse stato Josefa. Amore e malattia nell'Italia di oggi

Quando mi sono ammalata di cancro vivevo in Inghilterra insieme al mio compagno, Jose. Ricevuta la diagnosi e recuperati da mia madre fiondatasi nella perfida Albione per non lasciarmi nemmeno un attimo, come sempre nei momenti difficili della mia vita, ci siamo recati in Italia per l'intervento, la chemio, la radio, gli anticorpi monoclonali. Jose era disoccupato all'epoca. Non c'e` stato dunque bisogno per lui di chiedere permessi da un lavoro che non aveva. Non mi ha lasciata un attimo. Mi portava al parco a prendere aria fresca la mattina. Preparava la zuppa di miso per me, lui e quel golosone di mio padre. Lui e papa` non ne avevano alcun bisogno, la mangiavano per vizio. A me placava i bruciori di stomaco, consentendomi di proseguire con il resto della cena. Mi accompagnava a fare le chemio a Milano. Si partiva il giorno prima. Dopo la pera si rimaneva in albergo con una bacinella vicino al letto "che` se sporchiamo, magari ci cacciano e togli quei pistacchi che mi danno una nausea...". La mattina successiva si ripartiva. Dopo il quarto ciclo, il peggiore, quando non mangiavo piu` e avevo la febbre alta, Jose mi serviva delle buonissime macedonie innaffiate da spremuta d'arancia. Spremeva le arance come fossero limoni, con una forza che nemmeno Mastrolindo. La frutta scendeva lungo la mia gola infuocata, gettandovi i semi della rinascita che Jose, insieme a me, tanto agognava.
Immaginiamo che Jose avesse un lavoro. In Italia. E che invece di Jose fosse stato Josefa. Una donna. Innamorata di un'altra donna, io. Josefa e Grazia. E Grazia ha il cancro. E deve operarsi e fare la chemio. E sta malissimo. Ma Josefa dal lavoro non si puo` assentare, perche` lei e Grazia e il loro amore per la legge italiana non esistono. Grazia a Milano ci deve andare da sola. I suoi genitori sono anziani e hanno gia` parecchi acciacchi. In ospedale nessuno le tiene la mano, mentre il veleno della chemio le scende nelle vene e colora istantaneamente la sua pipi` di rosso. In albergo, dopo la pera, manca la bacinella che ha posizionato vicino al letto e vomita sul pavimento. La pressione le scende e la vergogna le sale. Pulisce tutto da sola, tra le lacrime e le ginocchia che le tremano. Vorrebbe Josefa vicina, ma lei non c'e`, perche` dal lavoro non si puo` assentare. Perche` per la legge italiana Grazia e Josefa e il loro amore non esistono. Il giorno dopo si rimette in treno da sola, la faccia grigia e la testa pelata. Vorrebbe riposare un po`, appoggiando la testa sulla spalla di Josefa, che per farla stare piu` comoda si avvolge intorno una sciarpa tra la clavicola e l'omero, ma il posto accanto a lei e` occupato da uno sconosciuto. Josefa e` al lavoro perche` lei e Grazia e il loro amore per la legge italiana non esistono.
Leggo la storia di Marina e Laura e mi viene da piangere [qui]. Laura e Marina sono una coppia. Laura ha il cancro, ma Marina deve fare i salti mortali per starle vicina perche` lei e Laura e il loro amore per la legge italiana non esistono. Fa proprio schifo, la legge italiana. Mi fa vomitare piu` dei pistacchi e della chemio. Laura e Marina le vorrei poter abbracciare e da qui possa giungere loro il mio "sono con voi".

martedì 12 gennaio 2016

Holley Kitchen




Il suo video sulla realta` del cancro al seno metastatico ha fatto il giro del mondo nel giugno del 2015. E lei non se lo aspettava di certo. Poco prima di mettersi a cenare con la sua famiglia, marito e due bambini di nove e 4 anni, nella loro casa di Cedar Park, in Texas, Holley Kitchen, chiusa nella sua camera da letto e armata di iPad e bigliettini, e` riuscita a condensare cio` che occorre sapere sul cancro al seno metastatico che l'aveva colpita, a distanza di poco tempo dalla prima diagnosi, a soli 40 anni e dopo una doppia mastectomia, chemio, radio e ormonoterapia. Caricato su Facebook il video, Holley e` tornata dai suoi cari per scoprire, dopo cena, che in poco meno di mezz'ora era stato visto da cinque mila persone.
Ad oggi le visualizzazioni sono oltre cinquantuno milioni [qui]. Oggi pero` Holley non c'e` piu`. E` morta. A nulla sono serviti gli sforzi per prolungarne la vita, incluso l'arruolamento in uno studio clinico. Qualche giorno fa aveva raccontato sulla sua pagina Facebook che le sue precarie condizioni di salute non le consentivano di proseguire la chemioterapia e che il suo nuovo obiettivo era riuscire a vedere il suo figlio piu` piccolo compiere 5 anni tra 5 settimane [qui]. Non ha fatto in tempo.
Holley non sapeva cosa fosse il cancro al seno metastatico quando si era ammalata. Pensava che la doppia mastectomia l'avrebbe protetta dal cancro al seno per sempre. Quando le era stato comunicato che la malattia si era diffusa aveva pensato si trattasse di un nuovo cancro. Le era stato spiegato che si trattava sempre dello stesso cancro al seno, localizzato alle ossa questa volta, e che le terapie sarebbero terminate solo con la sua morte.
Non c'e` cura per il cancro al seno metastatico, spiega Holley nel video, e le persone non vogliono parlarne perche` fa paura. Il suo intento era farne conoscere l'esistenza e smuovere le coscienze sulla necessita` di trovare delle soluzioni terapeutiche adeguate per le migliaia di donne e uomini che ne sono colpiti e che, aveva scritto su uno dei bigliettini, "sono piu` di un grazioso nastro rosa".

lunedì 11 gennaio 2016

David Bowie

E` stato forse durante il secondo anno di dottorato che il mio compagno pazzo e amatissimo ha scaricato la discografia completa di David Bowie. Fino ad allora avevo ascoltato, ripetutamente, solo Ziggy Stardust e, come molti della mia generazione, pensavo che The Man Who Sold the World fosse uno splendido pezzo dei Nirvana.
David Bowie e` stato la colonna sonora del mio dottorato. Dovunque andassi - all'universita`, a Torino per archivi e biblioteche, a conferenze, a fare interviste, a bere il mochaccino al bar con il mio amico del cuore - Love You Till Tuesday, When I Live My Dreams e molte altre canzoni del Duca stavano sparate a palla nelle mie orecchie.
Quella vita, come chi segue questo blog sa, e` finita quando mi sono ammalata di cancro. Le canzoni che l'avevano allietata le ho dovute dimenticare. Oggi che il cancro maledetto si e` portato via pure David Bowie le sto riascoltando, per la prima volta.
Cio` che voglio condividere con voi, pero`, e` il video di una canzone inclusa nell'ultimo album di inediti uscito solo qualche giorno fa. La canzone si chiama Lazarus e cosa debba averla ispirata e` ormai tristemente chiaro.
"Oh, I'll be free", canta Bowie. Libero dal cancro, dalle terapie che devastano quanto la malattia, dal mondo infame che continua a voltarsi dall'altra parte.


venerdì 25 dicembre 2015

Patrizia Quattrocchi

di Manuela Curci

"Si muore per lasciare il meglio di sè a quelli che ti hanno saputo leggere". Sono le parole di Goliarda Sapienza, la scrittrice più amata di Patrizia, autrice del nostro libro di riferimento  L'arte della gioia, primo libro in assoluto che Pat mi regalò otto anni fa, essenziale e fondamentale per cogliere la natura di Pat, quella più profonda, quella celata. Fu come dirmi leggilo subito Manu, ti presento una parte di me, percepisci l'animo della protagonista perchè io sono ANCHE cosí, la mia indole è ANCHE questa, io sono TANTO ALTRO. Lo lessi in un fiato...caspita Pat, welcome! Anch'io cerco di essere libera, anch'io vivo momenti, anche io sperimento e sono una donna complessa: mi piaci, affiniamo quest'arte insieme!
Mica facile però, le pagine sono un'esplosione di vitalità, intelligenza, trasgressione e dolore, tanto dolore quindi non sempre siamo state all'altezza...in realtà la vita che la gente crede che tu stia vivendo spesso prende il sopravvento e quindi, in quei momenti, improvvisando, più che l'arte della gioia abbiamo affinato l'arte del cazzeggio, con buona pace di tutti! E su questo ci abbiamo riso sopra tantissimo, due adolescenti dalla risata irrefrenabile guardate con affetto paternalistico persino dai propri cani spesso unici e fortunati spettatori di tanta spensieratezza. Quindi attraverso  questa testimonianza raccogliete, se volete, il suo dono e fatevi penetrare perchè, ripeto con lei

"si muore per lasciare il meglio di sè a quelli che ci hanno saputo leggere".

Care donne di tutto il mondo, questo è il mio tributo a Patrizia, 50 anni, la mia amica del cuore morta lo scorso 1 dicembre per un cancro al seno metastatico, ricordarla con chi probabilmente ha la stessa malattia in questo momento mi pare la cosa migliore in assoluto, con chi se non con voi parlarne il giorno di Natale? Come dice Grazia, il cancro non conosce le Feste!
Pat ed io vi abbracciamo forte forte.

lunedì 14 dicembre 2015

Jennie, un fuscello d'acciaio





Di ritorno dal San Antonio Breast Cancer Symposium, la piu` importante conferenza sul cancro al seno del mondo che si tiene ogni anno negli Stati Uniti e a cui ho potuto partecipare grazie a una scholarship di Advocates for Breast Cancer, organizzazione no profit fondata e diretta da Susan Zager, donna coraggiosa, intraprendente e simpaticissima [qui].
E` stata una settimana intensa, piena di emozioni. Sono ancora frastornata dal jet lag e scrivero` nei prossimi giorni degli aspetti scientifici del simposio. Sento, pero`, l'urgenza di raccontare dell'incontro con una donna straordinaria, Jennie Grimes.
Jennie e` cresciuta in Colorado, ma adesso abita a Los Angeles con il suo compagno, Connor, e il loro cane, Fala. Jennie si e` ammalata di cancro al seno a soli 27 anni. Tre anni dopo, le metastasi. Oggi Jennie di anni ne ha 35 e la sua vita e` costellata di terapie, inclusa la chemio, ed effetti collaterali molto pesanti. Prima di ammalarsi, Jennie lavorava per la AIDS Coalition to Unleash Power (ACT UP) che, attraverso l'azione diretta, si batte per porre fine alla pandemia di AIDS [qui]. Sulla base di questa esperienza, Jennie ha fondato insieme ad un'altra attivista metastatica, Beth Caldwell di Seattle, un'organizzazione chiamata MET UP il cui focus e` la cura del cancro al seno metastatico, quello che uccide ma di cui ci si occupa troppo poco [qui].
Jennie e` un fuscello. I 5 anni di trattamenti per il cancro al seno metastatico sono stati stremanti. Gli ultimi esami, effettuati qualche giorno prima di partire per il simposio (a cui anche lei ha partecipato grazie alla generosita` di Advocates 4 Breast Cancer), hanno rivelato una progressione della malattia. Bisognera` passare ad altro. Anche se non e` ancora chiaro a cosa. E soprattutto per quanto, La grinta, pero`, non puo` togliergliela nemmeno il padre eterno in persona.
E` giovedi 10 dicembre, il secondo giorno del simposio. Le advocates partecipano, per tutta la durata dell'evento, a delle sessioni dedicate a loro organizzate dalla Alamo Breast Cancer Foundation, durante le quali viene offerta loro la possibilita` di fare domande su quanto discusso nel corso delle sessioni scientifiche a esperti di rilievo internazionale [qui]. Jennie nel pomeriggio e` rimasta in albergo per via della nausea che la perseguita, ma, infagottata in una giacca nera che ne sottolinea ulteriormente la magrezza, si e` presentata alla sessione della Alamo Foundation.
Durante la sessione plenaria del pomeriggio sono stati presentati i risultati di uno studio sulle mutazioni somatiche nei tumori primari e in quelli metastatici condotto attraverso il prelievo di campioni di tessuto dal corpo di donne morte di cancro al seno che avevano dato il loro consenso all'effetuazione di un'autopsia entro sei ore dalla morte. Una decisione elogiata, nel corso della sessione per le advocate, da Hyman Muss, docente presso la University of Carolina Chapel Hill e direttore della divisione di oncologia geriatrica del Lineberger Comprehensive Cancer Center [qui].
Due microfoni sono posizionati ai lati del salone in cui le advocate, da brave scolarette, ascoltano le opinioni degli illustri clinici e pongono dilingentemente le loro domande mentre sorseggiano la limonata rosa loro offerta. Jennie e` l'ultima della fila. Cosa vorra` chiedere? Quando finalmente arriva il suo turno, la moderatrice dichiara che il tempo e` scaduto e non e` piu` possibile fare domande. Jennie e` un fuscello si, ma alla sua domanda non ha intenzione di rinunciare. "Devo fare la mia domanda adesso, perche` l'anno prossimo potrei essere morta", esclama afferrando il microfono e destando lo stupore di tutti i presenti. E continua:

"Mi chiamo Jennie Grimes e rappresento MET UP. Ho ricevuto la diagnosi di cancro al seno metastatico a 30 anni. Come ci avete ricordato questa sera, ci sono molti studi importanti che, tuttavia, non avranno effetti sulle terapie questo lunedi, per quelle di noi che andranno in ospedale questo lunedi` o il prossimo. In cosa dobbiamo sperare, a parte le autopsie rapide che, sicuramente, sono di grande aiuto per la scienza ma non lo sono affatto per le 113 di noi che muoiono ogni giorno [negli Stati Uniti, ndr]?".

Un applauso scrosciante saluta la domanda di Jennie a cui gli illustri clinici, imbarazzati, rispondono con vaghi riferimenti alla possibilita` di arruolamento in non meglio precisati studi nei quali pero` le donne come Jennie, in trattamento per le metastasi da molti anni, non vengono accettate.
Cosa fara` allora questo straordinario fuscello d'acciaio? Continuera` a porre domande, conquistandosi da sola il diritto a farlo, con la speranza che in un futuro non troppo lontano alle donne nella nostra situazione - si, nostra, perche` siamo tutte metastatiche - non vengano offerte solo autopsie rapide ma soluzioni concrete. E la vita che oggi ci viene negata. Grazie, Jennie.